Claudio, ristoratore e papà di Silvia - Officine del Levante
22015
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racconto - claudio

Claudio, ristoratore e papà di Silvia

Comincia a lavorare giovanissimo in albergo, prima a Levanto poi a Nervi, per “sfuggire” all’Arsenale, ove i genitori lo avevano mandato a lavorare come apprendista operaio. Il dado è tratto, ma presto la vera passione della sua vita gli appare chiara: cucina e ristorazione.

Dopo svariati imbarchi su un mercantile con Tonino, uno dei gemelli Tumelin da cui e con cui impara molto, sbarcato frequenta con successo la scuola alberghiera e grazie a un prestito rileva il ristorante di Porto Venere che gestirà durante la stagione estiva, mentre nei mesi invernali lavora in Indonesia, come responsabile cambusa e chef presso la ditta di nichel Müller & Thomson che impiega oltre due mila uomini, tra operai indonesiani e tecnici americani e italiani.

Dopo tre anni lascia poi Porto Venere per il ristorante di Soviore, che gestisce con un successo notevole insieme alla moglie per 5 anni e la cui indubbia specialità sono i funghi insieme a risotti ricercati.

Seppure a malincuore, per dare un futuro più “sociale” rispetto alla campagna di Soviore ai due figli, nel 1981 rileva il ristorante “La Guetta” a Bonassola che gestirà per ben 19 anni, fino ad aprire l’Oasi in pieno centro di Levanto, in uno spazio acquistato tempo prima.

Oggi, con quarantaquattro anni di ristorazione alle spalle, ha solo tre parole d’ordine: qualità qualità qualità. Praticamente solo pesce, che acquista alle aste notturne dei mercati vicini oppure direttamente da un pescatore a Monterosso, senza mai lesinare sui costi della qualità.

Molto esigente nel suo lavoro, prima di tutto con sé stesso, ha un carattere forte, idee precise e ci sono cose che non raccolgono i suo entusiasmo: le guide, le quantità, i clienti che non sanno apprezzare una cucina attenta, gli stranieri perché non si è mai dedicato alle lingue, contrariamente a sua figlia Silvia.

Ha buone e precise idee in merito a ciò che potrebbe essere migliorato in materia di accoglienza a Levanto, di cui conosce l’individualismo imprenditoriale.

Il suo cuore è sempre a Vernazza, che frequenta solo in inverno per ritrovarne, seppure parzialmente, la sua infanzia: 1200 abitanti, tanti bambini, molte scuole per accoglierli e una vita di comunità che oggi non ritrova.

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