Levanto e i cittadini non nativi: Giovanna Emmer - Officine del Levante
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racconto - emmer

Levanto e i cittadini non nativi: Giovanna Emmer

Giovanna Emmer è una di questi: ma chi meglio di lei conosce i dettagli di tutta una vita, se non vissuta, certamente legatissima a questo territorio?

Il bisnonno Gaetano Semenza, commerciante di sete residente nel Regno Unito, spesso a Firenze perché senatore del Regno d’Italia con Firenze capitale, un giorno, grazie ad un guasto alla locomotiva del treno qui a Levanto, conosce ed è rapito da questo paese. Tornato in UK ne fa una pubblicità grandissima e ciò motiva molti britannici a venire qui ed a costruire ville sul mare. E lui fa costruire i primi stabilimenti balneari su palafitte.

Il figlio Guido Semenza nasce nel Regno Unito, diventa ingegnere elettronico, tra l’altro inventa, con Edison, una lampadina ad accensione regolata, utilizzata anche al Teatro alla Scala.

La strada che porta il nome del nonno Guido fu fatta costruire e donata al comune per far passare il calesse quando il nonno aveva difficoltà a camminare per tornare a casa.

Guido conosce e sposa Nelly ed ha quattro figlie: May sposa Daniele Amfiteatrof, Hilda Roberto Lepetit, Nelsa Claudio Emmer e Silvia Cesare Castelli.

Recentemente ha corretto Giuseppe Marcenaro che in un articolo sul giornale ha sostenuto che il nonno Guido aveva invitato Mussolini a Levanto: in realtà il Duce era ospite della villa sottostante e chiese in prestito il violino della mamma, un poco reticente, avendola sentita suonare: i loro rapporti si limitarono a ciò.

La mamma Nelsa suona nell’orchestra dell’Angelicum a Milano e accompagna al pianoforte le Ragazze di ginnastica artistica della scuola di Carla Strauss, ove Giovanna apprende ed insegna per un paio di anni.

Vengono ad abitare nella villa costruita da Mitchell nel 1901, villa che allora aveva la torretta aperta, adibita a lavatoio. Chiedono a Giò Ponti, amico della famiglia, di progettarne la chiusura e arredarla con boiserie: sarà la camera adorata di Giovanna. Successivamente chiedono sempre a Giò Ponti di progettare la casa ove Giovanna abita ora, nel giardino della villa, per una cuoca che aveva avuto lo sfratto.

Negli anni cinquanta vive la gioventù dorata, sempre vestita per aperitivo e cene. Con una vita festaiola ma anche culturale, ricca di mostre nella galleria a piano terra di Villa Barabino organizzate da Giancarlo Ricco e in Via Guani da Renzo Bighetti.

Si occupa della gestione della sala da ballo del Casinò per due anni con Currarino (Calachin) con cantanti importanti (Nico Fidenco, Pino Donaggio, Umberto Bindi Fausto Cigliano) grazie al cognato della Zia Silvia, direttore della Casa Ricordi e molta intraprendenza. E organizza molte iniziative di fund raising per croci e ospedale.

Poi lavora come segretaria, dopo un passaggio con il padre fotografo, ciò che le consente di visitare in modo eccezionale, con le chiavi e da sola di sera, monumenti straordinari, visto che il padre si specializza in foto d’arte pubblicando i cataloghi di Skira.

Per anni lavora come segretaria, per Lepetit, per la scuola Paolo Monti, per l’industria grafica Marzari di Schio, anche grazie alla sua conoscenza della lingua inglese. Dal 76 al 94 lavora, prima a Milano, poi a Roma, sempre come segretaria, ove abita vicino alla cugina Stella Amfiteatrof. Poi arriva la pensione.

Nella sua vita abita un poco ovunque, anche a Mozzate, quando i genitori vivono a Venezia e lei lavora a Milano, ed anche ospite dei De Rossi, ora in Perù, al Castello di Levanto.

La nonna Nelly, che morirà a 104 anni nel 1973, vive nella villa San Giorgio. Giovanna, in pensione, vive ancora un anno a Roma poi viene ad abitare a Levanto, a Lavaggiorosso e tutti i giorni viene a trovare il padre, con cui continua ad avere un rapporto non facile. Venduta la villa e venuti a mancare mamma papà e nonna, viene ad abitare nella casa progettata da Giò Ponti.

La sua vita a Levanto quindi non è continuativa, in gioventù solo legata alle vacanze, seppur lunghe, corrispondendo alle vacanze scolastiche da Milano. Ma un bel pezzo della vita levantese le appartiene: da non dimenticare che ci é arrivata a diciannove giorni di età.

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